Storie, radici e nuovi sguardi: la stagione con Il Cantattore
Ci sono storie, tradizioni, giochi e modi di vivere che stanno cambiando e rischiano di scomparire per sempre. Vivono nei racconti dei nonni, nei ricordi d’infanzia, nei gesti quotidiani e nelle feste che hanno riunito intere generazioni. Portarli in scena significa far rivivere lo sguardo dei bambini di ieri e farlo incontrare con gli occhi dei bambini di oggi.
Il mio percorso con Giuseppe Calabretta e Il Cantattore è cominciato con “Il Natale di Scrooge”. Da quella prima esperienza abbiamo continuato a costruire un teatro capace di parlare ai bambini e agli adulti, intrecciando fiabe, musica, comicità e memoria. Oggi quel cammino prosegue con i cinque spettacoli della stagione 2026/2027: storie diverse, unite dal desiderio di far incontrare generazioni e sensibilità attraverso il racconto.
A dare forma a questo mondo contribuisce Luigi Piccinino, con il suo lavoro scenografico e tecnico: oggetti, ambienti e trasformazioni che partecipano al racconto e accompagnano il nostro lavoro sulla scena.
La memoria attraverso gli occhi di un bambino
In “Ai miei tempi…”, il punto di partenza è la curiosità di Paolo per Halloween. Le storie che sua madre gli racconta sulle antiche usanze calabresi gli sembrano lontane, appartenenti a un mondo che fatica a riconoscere. Sarà l’incontro con il nonno, dentro un armadio fantastico, a cambiare il suo sguardo.
Riaffiorano così le tradizioni legate ai giorni dei defunti: le zucche intagliate, lo zuccaru vrusciatu, le caramelle a vitru, le calze e le scarpe lasciate perché i cari scomparsi potessero riempirle di dolci. Gesti che custodiscono un modo di vivere il ricordo e di mantenere un legame con chi non c’è più.
Il dialogo tra nonno e nipote mette in movimento questa memoria. Paolo domanda, si stupisce, scopre. Attraverso di lui, lo spettacolo prova a restituire ai bambini di oggi un patrimonio di racconti che può ancora appartenere loro.
Il Natale come ritorno agli affetti
“La vera storia di Babbo Natale” prende avvio in una vecchia casa di famiglia in Calabria. Antonio torna per preparare le feste, ripetendo i gesti imparati da bambino; Domenico arriva con il peso del lavoro e delle preoccupazioni, ormai distante da quell’atmosfera.
Il confronto tra i fratelli porta alla luce incomprensioni e ricordi. Poi, quando Domenico rimane solo, dal camino compare Babbo Natale: una presenza fantastica che lo accompagna alle origini di tradizioni familiari, da San Nicola al presepe di Greccio, dall’albero alla Befana.
Queste storie entrano nella vicenda dei personaggi e diventano parte di un percorso di riconciliazione. Preparare il Natale significa allora domandarsi che cosa resta degli affetti, come cambiano le famiglie e quanto spazio sappiamo ancora concedere alla generosità e alla meraviglia.
Arlecchino e la fatica di crescere
Con “Arlecchino: una vita a far Carnevale”, il racconto incontra il ritmo delle maschere, degli equivoci e della partecipazione del pubblico.
Si parte dal costume di un bambino povero, cucito con i ritagli di stoffa donati dai compagni: un’immagine di amicizia e solidarietà che accompagna Arlecchino nelle sue avventure. Crescendo, però, il personaggio deve fare i conti con lo studio, il lavoro e le conseguenze delle proprie scelte.
La tradizione della Commedia dell’Arte dialoga con Gianni Rodari e con la novella di Chichibio e la gru di Boccaccio. Tra gli esami davanti al Dottor Balanzone e le trovate per sfuggire all’ira di Pantalone, la comicità lascia emergere domande sull’impegno, sulla responsabilità e sulla sincerità. Il gioco diventa un modo per affrontarle insieme.
La fiaba e le possibilità inattese
“Il Gatto con gli Stivali” conserva il gusto dell’avventura della fiaba di Perrault. Un giovane mugnaio riceve in eredità soltanto un gatto e crede di essere stato il più sfortunato dei fratelli. Proprio quell’animale, però, saprà cambiare il suo destino.
Il viaggio del Gatto attraversa incontri, travestimenti e trasformazioni, fino alla sfida con l’Orco. Musica, oggetti scenici e coinvolgimento degli spettatori accompagnano il racconto, rendendo visibili i cambiamenti di luoghi e personaggi.
Dentro la leggerezza della fiaba rimane il tema delle apparenze: ciò che inizialmente sembra inutile può rivelare risorse impreviste. È una storia che invita a guardare con maggiore attenzione le possibilità che abbiamo davanti.
Capocolonna, un cammino da riscoprire
In “Evviva Maria”, il paesaggio è quello della nostra città e del pellegrinaggio notturno verso Capocolonna.
Francesco, un ragazzo crotonese, parte insieme agli amici seguendo una tradizione che conosce da sempre, senza essersi davvero interrogato sulle sue origini. Quando il telefono si scarica e perde il gruppo, incontra Dionigi, una figura misteriosa che lo accompagna lungo la strada.
Nel loro dialogo si intrecciano la storia dell’icona, l’assalto del 1519, i racconti tramandati e i ricordi più quotidiani: i panini preparati per il cammino, le giostre, la fiera, le notti trascorse insieme.
Il pellegrinaggio diventa così uno spazio nel quale convivono fede, memoria familiare e appartenenza. All’alba, l’incontro lascia nel ragazzo una domanda nuova su ciò che lo lega alla sua terra e sul senso dei gesti che ripete ogni anno.
Un pubblico che cambia, un dialogo che continua
Questi cinque lavori compongono i percorsi “In scena tra i banchi”, dedicato alle scuole, e “Spegni gli schermi, accendi il teatro”, rivolto alle famiglie e alle comunità, anche attraverso la collaborazione con Comuni e Pro Loco.
Portare gli spettacoli davanti a pubblici diversi significa anche osservare come cambiano le storie nell’incontro con chi le ascolta. Un bambino può riconoscersi nella curiosità di Paolo; un adulto ritrovare un ricordo di famiglia; qualcuno scoprire una tradizione del proprio territorio che non conosceva.
Nelle scuole questo dialogo si rinnova continuamente: le classi cambiano, arrivano nuovi studenti e nuove studentesse, e anche uno spettacolo già rappresentato incontra domande e reazioni differenti.
È una delle ragioni per cui questo percorso continua a coinvolgermi. Nel lavoro condiviso con Giuseppe, una fiaba o un racconto della nostra terra prendono corpo attraverso la voce, il gesto, la musica e la relazione con il pubblico. E ogni volta, tra una risata e un momento di silenzio, gli occhi dei bambini di ieri e quelli dei bambini di oggi trovano un luogo in cui incontrarsi.


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